Una curiosità inesauribile. Conversazione con Sandra e Giancarlo Bonollo
Collezionare
Giancarlo: Fin da ragazzo, poco meno di 30 anni, avevo messo su la prima casa e andavo qua vicino, c’era un torchio che stampava opere di artisti locali. Mi faceva piacere mettere nel muro delle stampe e stare in mezzo a cose belle, secondo me fa bene al cuore, puoi vivere meglio. Per me, e ormai anche per Sandra, e vedo anche per i figli, è importante stare in mezzo a cose che ci danno piacere e stimolano… ho bisogno di essere stimolato intellettualmente, sennò non sono contento. Sandra: Quando ho conosciuto Giancarlo lui era già un collezionista, aveva già cominciato a collezionare. Opere degli anni ’50, degli anni ’60 di artisti italiani. Giancarlo: Ecco, con Sandra quando siamo venuti a vivere in questa casa, una vecchia casa contadina ristrutturata, avevamo cominciato a mettere quei mobili vecchi che si usavano una volta, erano un po’ di moda, ma non ci piacevano, ci rendevano tristi. Insomma, non so dire… come un antiquario. A me piacciono tanto i libri contemporanei, gli scrittori contemporanei. Poi, guardando le riviste, magari perché volevamo arredare, vedere dei mobili, abbiamo visto la pubblicità di questo scultore, Stephan Balkenhol, e abbiamo detto, ma guarda che bello. Volevamo anche prenderci una giornata, siamo andati a Milano, abbiamo visitato la galleria di Monica De Cardenas e lì abbiamo deciso di comprare la prima opera d’arte contemporanea, e poi avanti. Sandra: È stata la prima opera che abbiamo comprato insieme. Lui per lavoro viaggiava e quindi si ritagliava un po’ di tempo quando era in Germania, in Inghilterra, in Francia e andava a vedere le gallerie. È andato avanti anche in modo solitario. Io avevo i bambini piccoli, poi quando i ragazzi sono diventati più grandi ho cominciato ad andare alle fiere o alle mostre all’estero con lui. Giancarlo: Comunque, tornando indietro nel tempo, quando ancora ero ragazzo, ricordo che sono sempre andato alle mostre d’arte, nonostante abbia fatto degli studi tecnici, e compravo il manifesto e me lo incorniciavo. Secondo me è una questione quasi di mappare la tua vita, in qualche maniera, di crearti dei punti perché senti che il tempo va avanti e hai forse la paura di non ricordare più certe cose – eh sì, è sempre la paura della morte – le opere finiscono per disegnare come una costellazione di punti di riferimento.
La casa
Giancarlo: Nella casa dove abitiamo ci sono posti fissi per le opere, delle boe che sono stabili, più o meno. Sandra: “Nell’altro spazio” [dove è custodita la maggior parte della collezione] ogni tanto Giancarlo resta chiuso due settimane, sposta e risposta perché ci sono anche delle opere che teniamo in magazzino, quindi le tira fuori, o le rimette dentro. Ogni tanto vado “nell’altro spazio” e dico: ma cos’è questo? Giancarlo: In casa però, se noi cambiamo delle opere abbiamo sicuramente il senso di nostalgia o di mancanza, perché siamo abituati a vederle, così come anche i ragazzi che magari non hanno mai detto niente, per loro facevano parte della casa e nel momento in cui si cambiava chiedevano: “ma perché l’hai cambiata?”. Quindi vuol dire che ci si affeziona, in qualche modo fanno parte del… Sandra: …quotidiano. Giancarlo: Sì, del tuo quotidiano. Per esempio c’è un’operina di Anna Glantz, quando l’abbiamo presa, non siamo stati capaci di metterla in un altro posto, se non lì, in casa, perché ci guardava, non lo so come dire, sembrava che avesse bisogno di essere guardata tutti i giorni, non lo so come mai, però c’è quasi un legame, un sentimento. Io penso che inconsciamente ci rendiamo conto cosa può funzionare bene o cosa no ma non è necessaria sempre una spiegazione razionale. Sandra: Io ho qualche volta fatto da censore… no, non censore, consulente, perché se entri in casa e vedi un’opera un po’ forte sicuramente non hai un senso di accoglienza, quindi in casa abbiamo soprattutto pittura, e cose anche figurative, meno scultura, mentre “nell’altro spazio” ci sono opere più forti, sia di scultura, sia di installazione e anche di pittura o fotografia. Perché mi rendo conto che la casa è fatta di persone e quindi mi metto nei loro panni. Allora in casa abbiamo qualcosa che ci che ci piace, che sappiamo che sta lì, che non deve disturbare ma deve creare un’armonia. Sì, ecco, cerchiamo l’armonia.
La Fondazione
Sandra: La Fondazione parte da un mio desiderio, poi si è aggiunto il desiderio di Giancarlo. Noi collezioniamo da tanti anni e abbiamo diverse installazioni e anche grandi opere, che stanno bene in un museo, tant’è vero che le abbiamo prestate a diverse istituzioni, non solo italiane, anche europee. Queste installazioni sono sicuramente importanti e per l’artista e per l’arte, magari le abbiamo anche esposte nel “nostro spazio”, però poi via nel magazzino, per far posto ad altro. E quindi ho detto: Giancarlo, ma quelle opere che abbiamo lì da anni in magazzino, che hanno una storia, finisce che poi vanno al macero, ma perché non le doniamo a qualche istituzione, come un museo o una galleria d’arte… così possono tornare al pubblico, perché comunque hanno un valore storico. Abbiamo chiesto a diverse realtà, ma è difficile in Italia, poi è arrivato il Covid, e il Covid ha chiuso tutto e così abbiamo detto: facciamo noi un’istituzione. Il mio desiderio è stato poi condiviso da Giancarlo perché ha detto: “Ma allora se facciamo una cosa del genere, un’istituzione, lasciami lo spazio per fare scouting, per presentare artisti nuovi, artisti che non circolano in Italia”. E quindi queste due idee, questi due desideri si sono messi insieme. Abbiamo fatto la Fondazione.
Giancarlo: Poi, con Sandra, ci siamo detti: stiamo facendo qualcosa in provincia! penso che non vorremmo muoverci da qua perché secondo noi è più interessante restare in provincia, nel senso che abbiamo quasi una doppia missione; uno: interessare il pubblico locale che non è così semplice; e, due, dimostrare di saper fare qualcosa anche al di fuori del contesto di una grande città, cioè far muovere la gente al contrario, insomma, farla uscire dalla città, anche se è molto più difficile. Devo dire che cominciamo ad avere diversi riscontri, stamattina ho ricevuto una telefonata da un giornalista che mi ha detto: “Ma dove siete a Milano?”, “No, non a Milano, siamo a Thiene, in provincia di Vicenza”.
Giancarlo: Devo dire che il momento che stiamo vivendo nell’arte contemporanea è molto difficile, e il fatto di poter dare la possibilità a un artista di fare una mostra site specific e di pensare solo alle opere è una cosa quasi salutare. Oggi con 100.000 fiere, gli artisti sono continuamente martellati, devono solo vendere e sempre di più ci dicono: “È bellissimo, stare qua”, quindi penso che per loro sia un momento quasi di libertà. E poi la Fondazione ci da la possibilità di fare ricerca, di presentare artisti nuovi. Sandra: Certo, è la passione di mio marito, ha un fiuto da segugio. Giancarlo: È come per il cinema, no? Vedere film stimolanti o artisti stimolanti è una cosa che mi fa sentire vivo, sennò mi annoio. Poi devo anche dire – nel mio lavoro sono stato imprenditore – che mi sono occupato tantissimo del mercato estero. La cosa che mi piaceva di più era trovare clienti nuovi, cioè per me era la sfida più bella. Insomma, ho bisogno di questi stimoli, non so perché, è una curiosità inesauribile, un desiderio inesauribile.
Sandra: Sì. Ma non è una cosa semplice, perché adesso siamo noi che facciamo e sponsorizziamo tutto, ci diamo dei tempi abbastanza lunghi, sperando che un po’ alla volta poi arrivi di ritorno, come un boomerang, qualcuno che dica: “Beh, stanno facendo un bel lavoro che bisogna anche supportare”. Giancarlo: Perché sì, noi lo facciamo volentieri, con passione, però dobbiamo anche pensare a questo: io ho una certa età, anche Sandra, a un certo punto uno dice: “Beh, adesso basta”. Mi piacerebbe che la Fondazione diventasse un’istituzione autonoma, che vada da sola. Ci siamo noi e c’è qualcun altro; che ci si possa ritirare, ma che ci sia una continuità. Ecco, al momento ci siamo noi, del resto è meno di due anni che abbiamo iniziato, quindi dobbiamo veramente mostrare il nostro programma, le nostre intenzioni, eccetera, per poi poter anche trovare qualcuno che condivida. È molto difficile, però questo non si fa in pochi mesi, ci vuole tempo.
L’arte, il mercato
Giancarlo: Chiaramente ci sono tante realtà in Italia, ma ce ne sono di molto conservatrici anche, non so come mai. Il mondo dell’arte italiana è diverso per vari motivi, forse anche per il fatto che noi abbiamo tanta arte, giusto? Questo è chiaro quando cominci a viaggiare, per esempio a New York noi andiamo a vedere le gallerie giovani o medie… entri e senti che l’aria è diversa dalle gallerie italiane, è chiaro, c’è più libertà. Secondo me, siccome i costi sono altissimi, loro sanno che devono vendere e quindi propongono cose anche più dirette, insomma, mentre noi ci vergogniamo di farlo, cioè abbiamo paura di essere poco intellettuali e quindi stiamo molto fermi, più conservativi, invece non c’è niente di male nel dire “questa artista fa come Freud qualche anno fa”, sì però è bello lo stesso! cosa c’è di male in questo?
Giancarlo: In questi anni abbiamo avuto due, tre rapporti privilegiati anche con mercanti e critici. Ecco, la cosa che mi fa nostalgia è proprio che fino a qualche anno fa c’erano galleristi che lavoravano con grande passione, per amore. E adesso senti di più il bisogno di fare la chiusura di fine mese, non so se mi spiego. E quindi c’è questa necessità e alcuni lo dichiarano con molto candore, insomma, dicono “dobbiamo vendere”, perché i costi son quelli che sono. Probabilmente nel passato, erano più dediti alla ricerca. Ho imparato tante cose da certi galleristi bravi. Però c’è ancora chi ha passione. Eh, bisogna cercarli, perché essere bravi galleristi vuol dire proporre cose fruibili e allo stesso tempo belle, cioè che hanno un contenuto. La scomparsa del critico è un altro problema grosso. Ci sono tantissimi curatori e pochi critici. Cioè, sono tanti ragazzi che hanno bisogno di un lavoro, hanno studiato queste cose, però fare la mostra e fare il curatore vero vuol dire fare tante cose, fra cui, anche, trovare i fondi per fare una mostra. E mancano un po’ le idee. Nel senso che spesso vedi questi progetti che sono veramente molto pellicolari, che se gratti sotto non c’è radice. Stiamo vivendo un periodo, mi sembra, di eventi. Tutto un evento, no? Adesso noi collezionisti ci tirano da tutte le parti. E allora, secondo me, ci sono tanti colleghi, dico collezionisti che vanno alle fiere, poi magari prendono qualcosa, poi lo mettono su internet, su Instagram. Allora, mi chiedo: è fare il percorso di collezione o è uno status che ti interessa?
