Gino De Dominicis, Senza titolo, 1996 Olio su tela, 100×70
Gino De Dominicis, Cancello inox, 1979 Acciaio, 86x220x5
Gino De Dominicis è un artista inafferrabile, ha fatto dell’elusione, dell’invisibilità la sua cifra; il corpus delle sue opere non è incasellabile in una corrente, uno stile, una tecnica. Sin dai suoi esordi negli anni Sessanta, De Dominicis ha attraversato ogni linguaggio della scena artistica a lui contemporanea restando un caso isolato e alieno alle logiche del mercato e della cultura, nella sua sostanziale, aristocratica solitudine ha elaborato un pensiero estremamente personale e un paradossale sentimento del tempo. «L’arte più antica è quella di oggi. Quella che la precede è più giovane e moderna», scriveva De Dominicis collocando il proprio lavoro al di fuori del tempo presente. Le tre opere in mostra testimoniano l’eclettismo di De Dominicis – un eclettismo non fine a se stesso ma finalizzato a superare i limiti del fare artistico: il cancello inox, enigmatica soglia, di cui non si possiedono le chiavi che si può varcare forse solo con il pensiero; un quadro a olio che ricorda l’ossessione per il Tempo e la fascinazione dell’artista per la mitologia antica, per le pratiche magiche e misteriche; l’idea fantastica ma reale dell’immortalità; e un incantevole disegno che conduce esattamente nel centro della poesia di De Dominicis, il desiderio dell’invisibilità e di un paradossale mostrarsi sottraendosi alla visibilità.
Luigi Ontani, Autenticando «Ecoca», 2009/2010 Maschera in legno pule dipinta con pigmenti naturali, realizzata con i Wayan Sukarya a Bali, Indonesia, con progetto in chinaacquerello, 35×50
Ontani (1943) accoglie il visitatore con uno dei suoi tipici mascheroni esotici: un’opera sospesa tra documento etnografico, racconto mitologico, invenzione fantastica che mostra le qualità metamorfiche dell’artista, capace di attraversare i linguaggi e le forme e di annettere al proprio racconto ogni tipo di materiale, immagine, tecnica, cultura. L’opera è composta dal disegno preparatorio e dall’oggetto realizzato da un artigiano indonesiano – come spesso accade nel lavoro di questo artista, in cui la componente artigianale e decorativa è inscindibile da una sofisticata prassi concettuale. Ontani attraversa l’arte Occidentale e Orientale con ironia, poesia e stupore, contaminando e intrecciando incessantemente forme e miti, temi e soggetti. È un viaggio in cui l’artista appare spesso come protagonista ma, in un gioco di specchi, trasforma l’autocompiacimento e la sovraesposizione in una pratica di migrazione del sé, di alterità giocosa, di uscita dai recinti troppo stretti dell’identità. Nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera Ontani ha dimostrato una grande capacità di inventare e inventarsi, di riformulare il conosciuto per ampliare le possibilità di dire il mondo e dirsi nel mondo e, alla fine, di eliminare il confine che separa l’arte dalla vita.
Tre opere rappresentano una breve sequenza di tre generazioni di artisti e stagioni eccezionali dell’arte italiana. Dall’astrattismo di Roberto Crippa al “postmoderno” di Gianmarco Montesano, passando per Tano Festa figura centrale della scuola romana (la cosiddetta, in termini errati e riduttivi, Pop art italiana), con, al centro sala, i disegni di Alessando Pessoli (1993), a documentare un ulteriore passaggio generazionale e stilistico. La sequenza di opere mostra la varietà e la ricchezza della scena artistica italiana degli ultimi decenni, una scena vissuta dal Collezionista accanto ai suoi protagonisti.
Roberto Crippa, Totem, anni ’60 Olio su tavola, 70×100
Dopo aver aderito al movimento Spazialista (con Lucio Fontana e altri) negli anni Cinquanta, Crippa apre la propria ricerca alle influenze che arrivano da oltre oceano e, grazie anche a un soggiorno a New York in cui entra in contatto con importanti artisti surrealisti, si avvicina all’action painting integrando nella propria ricerca di un segno libero di muoversi in ogni direzione i risultati più aggiornati dell’estetica contemporanea. A questa acuta sensibilità verso il presente unisce la fascinazione per le forme ancestrali, totemiche con segni semplici, come cerchi e spirali che riportano al simbolismo primitivo. Questo quadro – molto bello – documenta il passaggio di Crippa verso queste forme più personali in cui il motivo della spirale risulta dominante, una forma derivata anche – ma non solo – dalla passione dell’artista per il volo acrobatico (una passione che in quegli anni gli costata è un grave infortunio e, in seguito, la morte); in effetti, il quadro ha un respiro aereo, con segni che sprigionano una straordinaria energia centrifuga. Crippa è capace di tenere nello stesso quadro elementi apparentemente incompatibili: segni primitivi, fissità totemica dell’architettura centrale e insieme la tensione contemporanea di segni volatili e dinamici.
Tano Festa, Cardinale nero, 1987 Olio su tela, 93×123
In una celebre intervista della metà degli anni Sessanta Tano Festa ha detto: «una Pop italiana vera e propria non esiste in quanto l’Italia ha una tradizione culturale, cioè esistono gli strumenti che sono uguali a quelli della pop art, mentre in America consumano molti pop-corn, noi sulle scatole dei cioccolatini mettiamo l’immagine della Gioconda, quindi abbiamo ancora un consumo di immagini culturali». Gli “strumenti uguali” a quelli della Pop art sono il prelievo e l’utilizzo delle immagini del mondo contemporaneo ma Festa non si preoccupava della realtà – come gli artisti d’oltre oceano, dediti a una forma di estremo realismo, per quanto aggiornato alla sensibilità moderna – ma della molteplicità, del mistero delle cose; era attirato dalle metamorfosi (come l’icona del volto di Adamo dipinta in incessanti trasformazioni); da ciò che era sfuggente e mobile (una finestra, una nuvola, dei coriandoli). Ecco allora che il Cardinale, custode di una tradizione millenaria e immutabile, può nel suo sguardo trasfigurante, apparire diverso, terribilmente incenerito o meravigliosamente rigenerato, perché niente è fissato nella pittura di Tano Festa, dedito – come ebbe a scrivere Plinio De Marchis: «ad evocare il senso nascosto dietro al reale».
Gianmarco Montesano, Lady Diana, The Princess of the People’s Press, 1997 Olio su tela, 61×81
Quando la critica parla della pittura di Montesano, spuntano sempre i termini post-moderno, post-realistico, post-storico… il prefisso post- sembra necessario per definire il linguaggio di questo autore, un linguaggio apparentemente semplice ma difficilmente riducibile a una categoria – pittura di storia, pittura di realtà, pittura di narrazione. Montesano, in effetti, si colloca dopo, o piuttosto dietro, ai documenti della storia che utilizza per elaborare le proprie immagini – come nel caso del dipinto esposto: il ritratto fotografico di un’icona del nostro tempo. Il suo lavoro riflette sulla natura, la qualità, il potere delle immagini che costituiscono il nostro immaginario collettivo; ripensa il racconto della nostra storia; mette in questione un repertorio che diamo per scontato. Così le certezze diventano enigmi, le risposte domande, quello che si crede stabile diventa duttile. Montesano si è anche lungamente dedicato, con una propria compagnia, al teatro di sperimentazione, non è difficile trovare una continuità con la sua pittura in cui la nostra storia viene incessantemente rimessa in scena in nuovi racconti.
Alessandro Pessoli, Disegni su carta da 1 a 100, 1992 Tecnica mista, 16,5×11,5
Alessandro Pessoli è un artista italiano che vive da molto tempo negli Stati Uniti; la sua opera abbraccia la scultura, la ceramica e la pittura con una particolare attenzione al disegno; ha uno stile eclettico e stratificato, con richiami alla tradizione metafisica e novecentesca ma aperto alle suggestioni della cultura popolare e agli stimoli che gli arrivano da un ambiente cosmopolita. Per Pessoli la storia dell’arte è territorio di continue reinvenzioni, i codici figurativi e i modelli tradizionali possono essere intrecciati e messi in risonanza per trovare nuovi modi di dire il presente. In questa pratica di indagine è centrale l’esercizio del disegno, inteso come un acuminato strumento dello sguardo e del pensiero, capace di sondare e disvelare il mondo. I cento disegni in mostra, un vero e proprio tour de force creativo, concepiti e presentati come fossero una sorta di scultura, mostrano appunto la peculiare capacità di Pessoli di utilizzare il disegno come un sofisticato congegno narrativo.
Chéri Samba, La fȇte dans la meditation, 2001 200×135
Il quadro dell’artista congolese Cheri Sanba testimonia la curiosità del Collezionista e il desiderio di scoprire nuovi territori, nuove visioni e, insieme, mostra un frammento di una collezione dai contorni internazionali. Sanba inizia la propria attività molto giovane nell’ambito dell’illustrazione pubblicitaria e del fumetto; da queste esperienze gli derivano, oltre che il gusto per il racconto, una sensibilità visiva semplice e diretta sostenuta da una tecnica pittorica raffinata. Sanba mette in scena con leggerezza la vita africana contemporanea, così complessa e contraddittoria, in cui dolore e gioia si intrecciano inestricabilmente come, per altro, accade in ogni parte del mondo, ed è per questo che la sua pittura, pur raccontando intimamente l’Africa, racconta anche di noi Europei, che ci sentiamo, certamente sbagliando, superiori e distanti. La fȇte dans la meditation è una bella pagina di pittura, in cui sono espressi con chiarezza lo stile e i temi dell’opera di Sanba, un quadro paradigmatico per avvicinarsi all’opera di questo artista.
