Opere in mostra. Sala B

Mario Schifano, Signora in verde, 1984 Olio su tela, 210×210

Nella storia della pittura di Mario Schifano, gli anni Ottanta sono una stagione eccezionale, di rinascita e reinvenzione, di ritrovata energia e di ricchezza immaginativa: il quadro in mostra ne è una testimonianza evidente. Schifano torna alla pratica della pittura, dopo un decennio di sperimentazioni video e fotografiche e lo fa enfatizzando al massimo grado la dimensione del gesto, del segno, della materia. Il colore verde, centrale in tante opere di questo periodo, ha accompagnato questo momento di nuova giovinezza e insieme di maturità poetica. La Signora in verde è una tela di grandi dimensioni in cui Schifano mostra la sua straordinaria maestria tecnica e la forza del suo gesto, un quadro dipinto con immediatezza e potenza, in cui l’artista rincorre, in una specie di performance, l’incessante apparire e dissolversi del mondo. Schifano, in questo inesausto inseguimento della vita, in questa pratica della pittura intesa come esperienza, mostra  pienamente il suo sentimento del tempo e dell’essere del soggetto nel tempo, che conferisce alla sua pittura una profondità filosofica assente in molti artisti sua generazione.

Tano Festa, Coriandoli di Tano Festa, 1986 Acrilico e coriandoli su tela, 130×160

Con la serie dedicata a Michelangelo, i coriandoli sono forse le opere più caratterizzanti dello stile e del pensiero di Tano Festa, emblema di movimento, leggerezza, instabilità ma anche della condizione effimera di ogni gioia e di ogni accadimento. È l’ultimo ciclo elaborato da Festa in occasione della partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1980 – morirà poco dopo, nel 1988 – e mostra la ritrovata felicità creativa dell’artista uscito da un decennio travagliato (come l’amico Schifano). Sono quadri gioiosi e sonori, dai colori accesi, tipici della tavolozza di Festa, che raccontano, insieme all’esplosione di energia, della fragilità, della caducità della condizione umana. I coriandoli possono essere letti oggi come una specie di testamento spirituale del grande artista romano che sembra aver raccolto tutte le sue ultime forze per dare vita a queste opere euforiche e disperate insieme, in cui la verità della materia si fonde all’invenzione e alla semplicità di un gesto – gettare in aria coriandoli – che racchiude una malinconia di rarefatta poesia.

Pino Pascali, Casalinga, 1963 Pastelli a cera e grafite su carta, 12×21,2

Pino Pascali, Senza titolo, 1964/1965 Foto a contatto su carta fotografica, 30×40

Pino Pascali inizia la sua breve carriera alla metà degli anni Sessanta nel fecondo ambiente culturale dell’Arte povera; rispetto ai compagni di viaggio è però fondamentalmente diverso, è più leggero, solare, divertito anche se non meno engagé. Morto giovanissimo, ha lascato un corpus di opere definito e compatto in cui brilla il suo spirito dadaista. Pascali raccoglie tutto quello che gli capita sotto mano e lo trasforma in qualcosa di diverso giocando – è la lezione di Duchamp: giocare è l’unico modo per prendere il mondo seriamente. La mostra offre la rara possibilità di vedere due opere di piccolo formato, molto diverse tra loro ma intimamente simili: una stampa a contatto fotografico – di fatto una rayografia dada – documento della produzione forse meno nota di Pascali che amava lavorare con emulsioni, stampe e fotografie, come una specie di alchimista che gioca con alambicchi e provette; e un disegno, testimonianza degli inizi dell’artista pugliese che nei primi anni del decennio lavora alla RAI realizzando disegni animati, spot e scenografie per la televisione, un impiego che lo porta a contatto con la cultura popolare, lo stile commerciale, i fumetti e i cartoon, tutto materiale che Pascali rielabora con il suo sguardo vivace, capace di cogliere gli aspetti della società italiana in rapida trasformazione: sono gli anni del boom economico e del sogno collettivo di progresso e benessere, la sua buffa casalinga ci racconta appunto di questo.

Mimmo Paladino, Senza titolo, 1994 Olio su tela, cornice in oro zecchino, 50×60

Dalla metà degli anni Ottanta, Mimmo Paladino comincia ad ampliare la pratica della sua pittura, come se sentisse insufficiente il gesto semplice, arcaico dello stendere il colore sulla tela, così annette sempre più spesso ai suoi quadri elementi scultorei o tridimensionali, compone installazioni o partiture ambientali. È il desiderio di accompagnare lo spettatore dentro all’immagine stessa, di non farlo sentire un semplice osservatore distante e passivo; per l’artista, il quadro è una soglia da varcare per entrare in un mondo di meraviglia, un territorio vasto e incognito da percorrere con stupore e poesia. Nel quadro esposto, la cornice – il tradizionale dispositivo per separare il quadro dal contesto, isolarlo nel suo mondo – diventa la porta dorata che permette di entrare nella pittura, nel sogno e nella realtà del suo racconto. Varcare la porta dorata, avventurarsi oltre la soglia, è questo l’invito di Mimmo Paladino.

Enzo Cucchi, Senza titolo, opera in quattro parti, 1993. Carboncino su carta, 70×94; 66×94; 70×100; 67×86

Quattro grandi carte nere di Enzo Cucchi occupano la parete di fondo della mostra, sono opere importanti perché, per l’artista, il disegno è una pratica fondamentale, è la vera sorgente della forma e del racconto. Il disegno rappresenta una parte cospicua della sua produzione e deve sempre essere inteso in modo autonomo rispetto alla produzione pittorica. Sono prove della maestria tecnica e della potenza visionaria dell’artista e distillano tutto il meglio della sua opera: la semplicità compositiva e l’inquietudine dello sguardo; la tensione narrativa e il mistero; la dimensione segreta e notturna e la sensazione di terra bruciata dal sole. La sua opera – fatta di figure misteriose, narrazioni fantastiche o sognanti, come nel caso di questi disegni – deve essere guardata nello stesso modo febbrile con cui è stata realizzata, deve essere assunta per intero, senza mediazioni, deve essere vissuta prima che analizzata o compresa, solamente così si possono cogliere echi e riverberi capaci di accendere l’immaginazione.

Gino De Dominicis, Pattinatore invisibile, 1986 Disegno su carta, 33,5×22,5

Il Pattinatore invisibile ci porta al cuore dell’opera di De Dominicis – un disegnatore dotato di una “mano” di rara eleganza: il desiderio dell’invisibilità, dell’apparire scomparendo. Questa piccola opera contiene tanti elementi ricorrenti dell’artista, i pattini che sottraggono gravità al corpo, il pattinatore sembra non toccare terra e quasi spiccare il volo (come l’artista stesso, in un celebre video di qualche anno precedente); la figura appena accennata, evanescente e leggera; il darsi allo sguardo dell’immagine come un’apparizione fugace, enigmatica, come fosse una memoria recuperata dal fondo del tempo. Per De Dominicis il problema principale dell’arte “nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” è precisamente quella indicata da Walter Benjamin: la perdita dell’aura – la “soffusa lontananza” in cui l’opera ci appariva prima di essere consegnata all’entropia e all’immanenza della modernità. Con l’aura, l’arte perde il dono di verità che ogni opera porta con sé. Ecco allora che tutta il suo lavoro è il tentativo di ricostruire l’aura perduta dall’arte, sottraendola alla violenza del presente, così pellicolare e fondamentalmente vuoto, per riconsegnarla al tempo profondo, addirittura pre-storico, il tempo dell’Origine. La ricerca, il desiderio dell’invisibilità appartiene a questo movimento paradossale: ridare il potere all’arte, ritrovare l’ineffabile aura dell’opera, sottraendola allo sguardo per consegnarla alla sorgente dell’esperienza, alla memoria, al mistero dell’Origine.

Nicola De Maria, Testa sublime innamorata, 1989 Olio su tela, 24×30

Come Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Sandro Chia, Nicola De Maria inizia la sua attività alla fine degli anni Settanta nel gruppo della Transavanguardia e fin da subito rivela la propria peculiare, personalissima cifra creativa che si potrebbe descrivere molto semplicemente così: lirismo – cioè, secondo la definizione del dizionario, l’espressione intensa e immediata dei sentimenti, delle emozioni e della soggettività dell’autore all’interno di un’opera d’arte o di un testo. Nicola De Maria si definisce, ed è, un poeta e i titoli dei suoi quadri sono spesso vere e proprie composizioni in versi – testa sublime innamorata. Tutta la pittura di De Maria, dai piccoli, incantevoli quadri – come quello esposto – ai grandi affreschi, è riconducibile a questo desiderio di immediatezza e intensità dell’espressione. De Maria non dipinge mai facendo studi o bozzetti, preferisce lasciarsi stupire e rapire dalla bellezza improvvisa che nasce dall’arte stessa. La bellezza, unico antidoto alla brutalità della vita; la poesia, unica voce da opporre alla violenza; l’arte, unica verità dentro la menzogna del mondo: l’opera di Nicola De Maria è racchiusa in questo semplice e vertiginoso programma.

Enzo Cucchi, Senza titolo, 1977 Olio su carta intelata riportata su tela, 71×25

Enzo Cucchi è stato spesso paragonato a un navigatore che solca il vasto oceano del nostro immaginario, un immaginario composto di miti, arte, cultura popolare, letteratura, tradizioni, memorie personali e collettive, desideri, paure, fantasie, rovine. Nel suo incessante peregrinare, l’artista mette in scena i propri racconti: inventa, sogna, ricorda, a volte ragiona come un saggio, altre volte sembra pazzo, è un poeta, un filosofo, un bugiardo, un santo, un imbonitore, un eroe, un buffone… la sua arte abbraccia gli opposti, tiene insieme visioni e realtà, ricompone e dissipa senza riposo, senza misura. Il piccolo quadro in mostra, dipinto dall’artista non ancora trentenne, rende evidente questa capacità unica, addirittura funambolica, di governare la vertigine e di correre in disequilibrio.

Sandro Chia, Roma, 1978 Olio su tela, 40×50

Le prime opere di Sandro Chia sono di matrice concettuale, ma l’artista fiorentino capisce molto giovane che è la pittura – intesa nel senso più classico – lo strumento che può garantirgli la libertà espressiva e la pienezza emotiva che va cercando. Negli anni Ottanta partecipa alle mostre della Transavanguardia con quadri fatti di racconti insieme mitici, onirici e realistici, capaci di annettere nelle proprie trame la tradizione classica, la cultura moderna e l’immaginario popolare. La sua non è una semplice arte di citazione o ricombinazione, la pittura rappresenta la possibilità di compiere un gesto perentorio, di azione sul mondo e sulla storia. Non si tratta di raccontare, ma di imporre la forma alla realtà attraverso l’atto del dipingere, per questo i suoi quadri sembrano spesso in eccesso di energia, sovrabbondanti di forza spregiudicata, quasi che la tela non potesse contenere tutta la forza visionaria e il desiderio che li ha generati: come il quadro esposto, in cui Sandro Chia dipinge la pittura stessa e il conflitto che la genera.

Mimmo Paladino, Luce, acqua, fuochi, 1994 Olio su tela,, 30×40

Nato in provincia di Benevento, Mimmo Paladino esordisce alla fine degli anni Settanta per partecipare, nel decennio successivo, alle prime mostre della Transavanguardia; dagli inizi della carriera, e fino a oggi, svolge la sua ricerca sulle forme archetipe dell’arte. Pittore e scultore, ma anche scenografo, fotografo e regista, Paladino sperimenta incessantemente tecniche, stili e linguaggi ma sempre riportando le forme verso una dimensione essenziale, purificata, si direbbe quintessenziata. Le sue immagini sono sempre in bilico tra astrazione e figurazione, tra ciò che è visibile, immanente e mondano e ciò che, invece, è invisibile e spirituale; il suo è un immaginario popolato da figure arcane, primitive, allegoriche; sono racconti sugli archetipi, su quello che c’è prima della storia, prima della forma, su quello che precede lo sguardo: luce, aria, fuochi.

Tom Sachs, Buckaneer (Fucile?), 1997 Materiali vari, 103x12x5

Tom Sachs è un artista americano, tutta la sua attività ruota attorno a questa semplice affermazione: la sua opera, sia scultura, installazione o design, è un attraversamento incessante della cultura americana. Immaginario popolare, inconscio collettivo, ossessioni private, smania di potenza, mitologie pubbliche e desideri privati: nell’opera di Sachs tutto viene annesso, analizzato, smontato, macinato e ricomposto in forme che, fingendo, disvelano. I simulacri, i simboli, le apparenze; la retorica del potere; il linguaggio della pubblicità, ogni elemento è riportato alla nuda presenza, a una verità con la quale si deve, che lo si voglia o meno, confrontarsi. Come la scultura in mostra: un oggetto divertente ma minaccioso, come un giocattolo in cui riecheggiano violenza, potere, controllo, repressione, morte.